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Quando il noodle è “della nonna”/ TOPOKKI, Birmingham

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TopokkiLa cucina orientale non ha nulla a che invidiare a quella italiana: non ci vergognamo a dirlo. Altro che chiacchiere, i nostri amici fra Giappone e Cina di magnate se ne intendono, e quando la voglia di quadagno facile e di business non prevale sul rispetto dell’arte culinaria, l’offerta gastronomica dei ristoranti è in grado di convincere anche i palati più restii all’esotismo degli ingredienti.

Il ristorante coreano Topokki, a Birmingham, è decisamente un degno portabandiera della buona cucina d’Oriente. Appena entrati, colpisce il minimalismo zen del locale, l’armonia di linee sottili e infrangibili fra le quali sembra di galleggiare. Le pareti sono grigio perla e lo spazio luminoso, perché il locale è ad angolo e su due lati ha delle grandi vetrate. E oltre al bagno di luce, bene così prezioso nelle metropoli post-industriali delle Midlands, i finestroni consentono di fare del gran people watching, cioè di osservare, con finto occhio di pesce lesso gettato verso la strada, quel passeggio tumultuoso della folla che già stregava il “The Man of the Crowd”, del buon vecchio Edgar Allan Poe.

Siamo sì nel centro del quartiere cinese di Birmingham, a un passo dal Gay Village, ma la clientela è un ulteriore marchio di garanzia, poiché è strettamente asiatica. Tavolate di giovani orientali che discutono immersi nei vapori delle loro zuppe, coppie di fidanzatini che – perdonate il voluto abuso di cliché – sembrano davvero usciti da un manga, mentre si guardano con occhi incrinati di luce e con sorrisi purpurei di vergogna davanti a una ciotola di riso. E alternano il loro silenzioso scambio di parole alla contemplazione del touch screen, naufragando di tanto in tanto nello smartphone che tutto il mondo inghiotte.

La cucina è a vista, ma non v’è alcun esibizionismo, quanto composta e sobria solerzia che fa della trasparenza un attributo minimale. E quei fornelli non sprigionano puzze o odori che affumicano vestiti e capelli, come spesso accade nei microscopici ristoranti dove sala e fornelli collimano promiscui. Ma i vapori scivolano via invisibili, verso il cielo del nord che è abituato ad inghiottire di tutto.

Volano intorno a noi le portate, e sembrano dragoni fiammeggianti, tanto è ammirevole il loro trattenuto ma sgargiante splendore cromatico. Le zuppe poi sono eccezionali, calde, bollenti, speziate, sfiziose, sorprendenti. Pescando nel fondo della ciotola, le bacchette di metallo continuano a tirar su preziose pepite di cibo, colorate come pesci pagliaccio. Ogni piatto è un cilindro magico, un giardino segreto, un palazzo vegliato da sentinelle silenti e consapevoli. Ordinate dei sempici noodles alle vedure o al manzo: ebbene, non è forse vero che non hanno nulla da invidiare a un elaborato piatto di pastasciutta italiano? La sugosità, la consistenza della pasta, il gaio accostamento di sostanze, talvolta anche l’intensità poderosa di alcuni ingredienti, fa sì che i noodles di Topokki non sfigurino neanche di fronte ai mitologici manicaretti della “nonna” italiana. Perché da Topokki la volgarità è lontana, la produzione seriale di vivande precotte non è di casa. Non siamo in una mangiatoia, in una officina dell’industrial food, ma in un luogo dove si cucina con lentezza. L’attesa rischia di essere un po’ lunga, ma il rapporto qualità-prezzo sarà leggero e simmetrico come la stampa di un antico artista confuciano, capace di accostare ordine e caos.

L’âge d’or della mozzarella / Caseificio Trionfi Honorati

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il re formaggioC’erano una volta alberi carichi di salami e salsicce e mozzarelle che pendevano dai rami come ciliegie, e vino che scorreva in ruscelli gorgoglianti e cristallini e pani fragranti che crescevano nei prati e una abbondanza spontanea e succosa per tutti. Era l’età d’oro dell’umanità, che oggi è scomparsa ma di cui possiamo trovare ancora una traccia e una presenza in luoghi incantati e ghiottissimi, come il caseificio Trionfi Honorati. Qua, in un angolo della campagna di Piandelmedico, presso Jesi, le mozzarelle non crescono sugli alberi ma quasi. Sono tutte disposte nel punto vendita dell’azienda agraria che produce forme di cacio d’ogni fattura con il latte dei propri allevamenti di bovini e bufale. Formaggi secchi e morbidi, spalmabili e stagionati. E ci sono anche affettati, dolci, pani e altri prodotti. Ma chi la fa davvero da padrone, ad umile parere di Tanto e bè, sono come si diceva i re formaggi. Bianchi e figli di una sapienza casearia millenaria, colmi d’un profumo inebriante che proietta i nasi di chi ad essi si avvicina davvero nel mondo mitico della grande abbondanza, in cui il cibo andava incontro all’uomo. A differenza che in quella âge d’or, però, qua caci e pani purtroppo si devono pagare. Il gratis, ahinoi, è morto e, sebbene i suoi prodotti sono così buoni da poter parlare a ragion veduta di una vocazione filantropica dei produttori, anche da Trionfi Honorati the business must go on. Però il listino prezzi è molto ragionevole, e chi vi si reca per far scorta di mozzarelle, scamorze e pecorini non esce spellato vivo.

Il consiglio di Tanto e bè viene dal cuore: recatevi in questa azienda agricola fra vacche e campagna e mettete mano al portafoglio, un morso di quelle succose mozzarelle di bufala sarà un‘esperienza sinestetica di inaudita potenza, che farà risuonare tutta l’eco dell’età mitica dell’abbondanza nella vostra pancia.

L’oasi nel deserto di cemento e acciaio/ Habibi, Coventry

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La sala al piano terra

A vivere fra la desolazione e lo squallore architettonico di uno dei centri città più brutti d’Europa (o del mondo, come già ventilato altrove), finisce poi che ci si arrenda sconfitti all’horror vacui e irredimibile vanità di ogni cosa, mentre le memorie di tavole imbandite e baccanali, vino, prosciutti, caci, sembrano allontanarsi indefinitamente come un inverosimile miraggio. Ma, sorpresa, Coventry, terra di esilio gastronomico, ha la sua oasi mangereccia.

Stiamo parlando di Habibi, una gloriosa taverna di cucina palestinese che apre le sue porte appena oltre Gosford Street e il cupo blocco urbanistico di questa zona della città, con le sue sale Bingo, i profili di palazzi di una bruttezza annichilente, gli snodi stranianti della Ring Road sopraelevata che strozza come un cappio il nucleo urbano, i pub-chains tutti uguali, i night club per anziani ubriaconi, e la manciata degli altri discutibili localacci della ‘movida’ universitaria, ad uso e consumo degli studenti undergraduates della vicina Coventry University.

Habibi, invece, è un luogo di civiltà. Si presenta come un accogliente salone con pochi tavoli e sedie e panche puntellate di drappeggi e cuscini arabeggianti dagli iridescenti colori. E poi specchi, tendaggi, lustrini che catapultano l’affamato avventore nella kasba di un’assolata città d’Oriente. In fondo alla sala si trova il bancone e, dietro a una tenda, la cucina, dalla quale si affaccia una signora dai tratti somatici inequivocabilmente mediorientali, che poi subito torna ad affaccendarsi fra terrecotte e pentoloni. Al piano superiore, ancora tavoli e divani in stile sala da tè araba e, sul retro, un’ampia e luccicante veranda che invita ad assaporare le serate più miti dell’estate inglese, sicuramente più assolata di quella del 2014 italiano.

Noi ci accomodiamo su uno dei divani del piano superiore e cominciamo a sfogliare il voluminoso menu con la sua ricca scelta di combinazioni adatte a tutti i palati, vegetariani e vegani compresi (vedi sito web). Gettonatissimo è il menu Starters, che comprende una selezione di antipasti palestinesi caldi e freddi, seguiti da dolcetti arabi e tè speziato. Noi propendiamo per quello, ma c’è poi un qui pro quo. La cameriera, dopo aver fatto confusione sulla nostra comanda, oltre agli antipasti ci serve un main course più ricco e abbondante, e costoso. Il piccolo incidente, gestito invero con grande professionalità e cortesia dalla proprietaria, non altera minimamente l’ottimo giudizio su Habibi e anzi ci permette di assaggiare un agnello molto saporito e delicato. Chiudiamo, come di dovere, con una selezione di dolcetti e tè. Su saggio consiglio della cameriera, proviamo un tè alla salvia, dalle decantate proprietà depurative.

Le delizie di Habibi sapranno compensare chiunque abbia sufficiente pelo sullo stomaco per uscire ad affrontare l’agghiacciante Coventry by night, e spingersi in una defilata area di Gosford Street, nel suo microcosmo periferico che d’incanto si fa fitto di attività commerciali multietniche: barbieri africani, rosticcerie mediorientali, uomini e donne di ogni nazione a incarnare il progetto di un mondo cosmopolita.

Tantoebè non può che ringraziare con l’animo pieno di entusiasmo questo locale che ha deciso di resistere e di lottare, anche nella devastazione gastronomica di Coventry. E al di là del mondo dei sapori e del cibo che tanto amiamo e cerchiamo di celebrare in questo blog, ad Habibi va la nostra solidarietà umana, nei giorni del folle bombardamento di Gaza che ci toglie le parole. Quando noi invece sogniamo un mondo dove tutti i popoli possano mangiare seduti assieme allo stesso tavolo.

Il nostro saluto a un grande artista. Ciao, Dannato

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dannato

Sognavamo di tornarci presto, appena messo piede in Italia. Invece la notizia ci ha raggiunto, questa mattina, in terra inglese. Non eravamo degli habitué, eppure era come se lo conoscessimo in profondità e da sempre, poiché aneddoti, miti e leggende che lo riguardavano ci hanno accompagnato fin dalla prima adolescenza. E quelle sere e quei giorni in cui c’è capitato di passare a trovarlo, ci siamo sentiti davvero a casa nostra. Franco, che tutti chiamavano il Dannato, se ne è andato per sempre dalla sua Polveriera.

Tantoebè vuole ricordarlo in un pomeriggio di primavera inoltrata dello scorso anno, quando scesi da Pian dell’Elmo decidemmo di ristorarci nel suo mondo, quel ristorante appena fuori Apiro, dalle forme panciute e dalla mura ambrate, tatuato, in ogni sua stanza, da un tappeto di scritte lasciate sui muri. Disegni, graffiti, pensieri sparsi e di norma pieni dell’entusiasmo sbandato e inarginabile del vino. Franco era lì, con la sua giacca di renna, la fronte sudata, il mezzo sigaro sempre all’angolo della bocca, e due occhietti guizzanti e misteriosi di chi sa prendersi gioco della vita. Ci diede da mangiare una merenda traboccante di affettati, caci, cresce e salsicce alla brace. “Piano piano, cocchi. Piano, piano”, raccomandava ciabattando per le stanze a tutti i suoi ospiti. E poi alzava sempre il pollice strizzando l’occhio, con gesto spavaldo ma fraterno.

Anche quel giorno si ripeté l’incantesimo e il grande artista diede vita al suo piccolo ma folgorate colpo di teatro. Eccolo che, dopo essere sparito per alcuni minuti, riapparve con il consueto saio, cinto alla vita da un cordone di lingerie femminile. Brandiva la croce pastorale, a sua volta ammantata di reggipetti e mutande di pizzo che dondolavano come tanti grappoli maturi e festosi. Anche quel giorno benedì tutti i presenti assisi intorno alle tavolate, dando vita al carnevale, al ribaltamento delle regole e alla glorificazione delle viscere del mondo, dei salami, prosciutti, caci, delle lonze e degli otri di vino, tutti in coro a cantare le glorie della gola e della vita. “E per le donne che si tolgono le mutande e ce ne fanno dono, la merenda è offerta!”, ribadì a chiosa del suo grande numero. E giù applausi, urla di gioia, brindisi e bevute a garganella. Grazie Franco, Tantoebé non ti dimenticherà mai.

Lui sa che noi sappiamo che lui sa / La smorfia (Londra)

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la smorfia

Arriviamo a West Hampstead che già è sera e ormai a farla da protagonisti non sono più gli umani che si accalcano sui marciapiedi, ma lo sfolgorio delle vetrine di pub e negozi. Uno scintillio che ci abbaglia e ci fa venire una incredibile nostalgia di Londra anche se non ci abbiamo mai vissuto. Poi, però, al solito la fame ha preso il sopravvento sul nostro filosofeggiare, e ci siamo spinti alla ricerca della tana dove mangiare insaziabili. Siamo sfilati lungo un paio di vie, davanti a vetrine di modernariato e piccole librerie ornate di grammofoni, a raffinati estetisti per signore e negozi di sontuosi vestiti. La cosa che più colpisce, oggi a ripensarci, è che non ci fossero chain in quel quartiere, o almeno noi non ne abbiamo viste. Le chain, l’incubo britannico. La plastificazione tombale del sogno punk si chiama franchising ed è una ideologia economica totalizzante. Le catene commerciali, infatti, si stanno mangiando tutto in terra d’Albione: catene di negozi di abbigliamento, catene di pub e di fish & chips, catene di alimentari e pizzicagnoli hanno rimpiazzato i vecchi esercizi a conduzione familiare. Con la terza via tracciata per primo da Tony Blair (ormai ridotto a cariatide che tromboneggia di tanto in tanto dalle colonne del the Guardian), è iniziata nell’isola oltre Manica l’era della catene. Intere cittadine di provincia sono ormai foderate dalle insegne dei grandi brand globali. Tutte identiche, tutte fiammeggianti alla stessa maniera, piazzate tutte secondo una stesso esoterico ordine. Quasi che nel predisporle, gli ingegneri del consumismo, abbiano consultato qualche mappa segreta ed iniziatica.

Ma qui no, il nostro quartiere è immune da tutto ciò. La gentrificazione ha trasformato West Hampstead in una elegante enclave che prevede l’esibizione dell’artigianato come simulacro e feticcio. Anche gastronomico. E di fatti propendiamo per la Smorfia, pizzeria italiana che si presenta con tutti i crismi del già analizzato tinello bamboccesco. Luce soffusa, pochi tavolini. Alle pareti, immarcescibili, i soliti poster di Totò e Alberto Sordi. Sembra di stare ad una cena fra amici o, appunto, nell’accogliente tinello di un’adultolescente casa italica, che persegue l’estetica dell’arredamento un po’ trasandato da studenti fuori sede e fuori corso. Noi annuiamo e approviamo soddisfatti. Il pizzaiolo è italiano, così come il proprietario del locale. È quest’ultimo a farcisi incontro appena entrati, ad accoglierci e salutarci. Siamo in quattro: noi due, italiani, e una coppia di nostri amici inglesi.

C’è una regola aurea che il padrone del locale conosce bene: deve essere un espatriato con qualche anno di esperienza, perché la interpreta con spigliata nonchalance. La regola, infallibile in Germania ma valida anche in Regno Unito, dice: incarna il cliché, e ti accetteranno e vorranno bene; esci dal copione, e al contrario ti additeranno come incongruo e strano. Se sei italiano, comportati da stereotipo italiano, e quindi gesticola ariosamente, saluta chi ti viene incontro spalancando le braccia in una posa da operetta, parla con accento marcato fin quasi al falsetto. E la regola è ancor più imprescindibile se gestisci una pizzeria. Così ecco il proprietario che coi nostri due amici inglesi si sdilinquisce in una serie di posture da italiano verace, di quelli usciti dall’ombelico dello stivale. In un paio di mosse facciali e del bacino riesce a citare Mastroianni, Celentano e Arlecchino, così, con consumato mestiere. Però poi, quando si rivolge a noi, noi due italiani, ecco che la pulcinellesca sceneggiata cade. Lui sa che noi sappiamo che lui sa che è tutta una farsa. Una farsa italiana. Lui sa che noi sappiamo che lui sa che l’allegria con cui si rivolge allo straniero è puro marketing. Perché l’italiano ha coscienza di non essere così solare come lo si dipinge, ma bensì di ribollire di un qualche umore oscuro e lunare. Quando ci guardiamo negli occhi, la maschera della recita scivola via per un istante e una lacrima scende sulla guancia di Pulcinella. È in quell’istante che ci ritroviamo fratelli sotto la pioggia.

E poi ci mangiamo la nostra pizza, che quella alla fine è buona e saporita, e ci fa star bene perché sembra davvero una pizza come te la servono in Italia. Scegliamo i grandi classici: parmigiana, margherita, quattro stagioni. Impasto e ingredienti ci sembrano di ottima qualità. Ci beviamo pure il vino della “casa” (in verità, questo, non proprio eccellente) e ci pendiamo pure l’amaro. Il prezzo è onesto e il cibo, come detto, non tradisce le aspettative, che sono altissime dopo quasi 3 mesi di lontananza forzata dalle nostre osterie e dai nostri ristoratori di fiducia, veri e propri punti di riferimento gastronomici in patria. Totò e Alberto Sordi appesi ai muri, ci spiano dai poster e sembrano rimuginare qualcosa, ammiccandoci: “Anche noi sappiamo che voi sapete che noi sappiamo”.

Il triangolo della fuffa / Al Frash Balti (Birmingham’s Balti Triangle)

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Birmingham's Balti Triangle

È una terra desolata, l’Inghilterra, occorrono grande ingegno e sfrontatezza esplorativa per scovare piatti e taverne ricercate di cui dare conto ai nostri lettori. Pertanto ci scusiamo del prolungato silenzio degli ultimi mesi.

E così un giorno, disperati, ci siamo aggrappati al primo articolo di giornale web che ci è passato davanti agli occhi nella speranza che ci facesse imboccare il sentiero giusto. Un articolo dallo sconcertante titolo che ci ha fatto saltare sulla sedia: “Forget London, visit Birmingham” [Dimenticate Londra, andate a Birmingham]. Vi si dava menzione del “unmissable” (sic) Balti Triangle, Eden della “Brum” multietnica, dove mille e una cultura si intrecciano e indicano la strada verso il futuro. Un futuro fatto anche di gastronomia, concertato dai “migliori ristoranti indiani” di tutto il Commonwealth.

Non ci resta che andare. Il giorno a seguire siamo già a Birmingham.

Dopo mille peripezie riusciamo a raggiungere il quartiere multietnico fuori dal centro, che in realtà ci accoglie con i colori grigi e fumosi della più disagiata periferia inglese. Riusciamo ad imboccare quella che sembra la strada maestra. A destra e a sinistra si susseguono luongo i marciapiedi negozi di stoffe e di cibi di fogge e sapori asiatici e mediorientali. I colori sono quelli delle latitudini sub-asiatiche. Sembra di essere in un quartiere multietnico delle immobili metropoli italiane, però tutto qui è accelerato e moltiplicato al cubo. Quella merce multicolore e tropicale stride e sembra essere un incongruo innesto sotto il plumbeo cielo post-industriale di Birmingham, e i suoi appartamenti modulari da sconfinata periferia di brick rossi.

Percorriamo la strada retta (ma gli altri lati del triangolo? Nelle vie laterali solo buio e dispersione) alla ricerca del locale che più ci calza. E in effetti la scelta non manca, fra trattorie e ristoranti asiatici. Propendiamo però per un mediterraneo libanese, convinti dalla chiassosa pienezza del locale e dagli spiedini di carne e verdure così cromaticamente familiari. Fra i tavoli solo visi mediorientali. Ma le nostre speranze vengono subito spezzate dal direttore di sala che ci consiglia di ripassare dopo un’ora perché il locale è sold out. L’appetito è troppo e giriamo i tacchi alla ricerca di un’altra soluzione. Col senno del poi ce ne pentiremo amaramente.

E finiamo per cascare, anche per quel che riguarda la scelta del secondo locale, nella trappola della stampa marchettara. Il ristorante indiano Al Frash Balti esibisce in vetrina alcuni ritagli di giornale celebrativi, in cui si legge che lo stesso ristorante sarebbe uno dei migliori di tutta l’Inghilterra. Anzi, il Daily Telegraph lo piazza addirittura fra le prime 50 cose da provare in Regno Unito. Sarà la fame che ci scherma gli occhi, ma noi prendiamo tutto per oro colato senza avvalerci del privilegio del dubbio.

Dentro – primo fragoroso campanello d’allarme – ci sono solo White British seduti ai tavoli. Un brutto miscuglio fra radical chic albionici e middle class abbrutita. L’arredamento è francamente squallido. Spoglio, pareti bianche: più che minimale, tristemente disadorno. Ma, ciò nonostante, il dado ormai è tratto. Così appoggiamo le chiappe.

Alziamo gli occhi ed ecco il secondo, preoccupante campanello: una TV a muro è sintonizzata su qualche trasmissione immondizia. Manco fossimo in un baretto per impiegati soli in pausa pranzo.

Il locale non serve alcolici ma – e questa è la graditissima particolarità “curries” del BYOB, acronimo di Bring Your Own Booze  – gli avventori sono autorizzati a portarsi le proprie bevande da fuori (una simmetrica versione british della gloriosa Osteria del sole). Lo stesso cameriere ci indica il primo rivenditore di alcolici della via. In effetti, vediamo che gli altri attorno a noi tirano fuori da stracolme sporte lattine di birra e bottiglie di vino come in un party fra ubriaconi. Ed è presto fatto: usciamo e, procurataci la birra, consultiamo il menu. Ordiniamo due piatti Makhani, agnello e pollo immersi in una salsa cremosa di pistacchio e nocciole, e serviti direttamente in scodelle roventi di forno. Il tutto accompagnato da una ciotola di riso e della discreta focaccia.

Consumiamo tutto rapacemente, anche se arricciando il naso. La cucina indiana, ci dispiace, non è per noi. Ma quel che ci lascia più perplessi è lo sputtanamento del giornalismo, anche fra la glorificata stampa britannica. Ci domandiamo cosa avrà spinto i nostri due pennivendoli (chi ci ha mandato al Balti Triangle, e chi da Al Frash Balti) a produrre delle marchette tanto spudorate. Forse il cibo in sé non è male, e per gli standard british il prezzo (sui 10£ a testa) è onesto, ma certo osannare questo ristorante a caratteri cubitali fra le pagine di blasonati quotidiani ci pare una pompatura inaccettabile.

Per fortuna è arrivato Tantoebè a fare giustizia e a rendere un servizio agli schietti mangiatori di tutto il mondo. Date retta a noi: dimenticate Birmingham, andate a Londra.

Welcome nel pub dell’orrore. L’immondo ibrido alberga a Coventry / The New Haven

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L'esterno del New HavenL’immondo ibrido abita a Coventry. Andatelo a scovare, se ne avete il coraggio. Il suo domicilio è il, in Dilotford Avenue. Un pub, sperduto fra le brume di una delle città più brutte d’Europa, se non del mondo, che nasconde fra le sue quattro mura di mattoncini marroni un raccapricciante esperimento gastronomico.

Il locale incarna bene molti degli stilemi del genere horror. Perché dagli specchi opachi appesi alle pareti e da ogni scacco della moquette lisa e polverosa, trasuda quell’indefinibile senso di perturbante (unheimlich) su cui i padri della psicanalisi si sono fermati con profonda serietà a riflettere. Trovare il New Haven è quasi impossibile, e persino più difficile è imboccare la via di casa una volta usciti da lì dentro. Appena fuori, si viene inghiottiti da un nulla fatto di casette modulari tutte identiche e così immobili e spente da sembrare disabitate. E poi labirinti di giardinetti arcani, figure incappucciate che vi urtano lungo i marciapiedi.

Dentro al New Haven il tempo sembra essersi curvato verso qualche dimensione parallela e sospesa. È come se nel pub non ci sia mai nessuno. Al massimo, ad affiancarvi nella vostra solitudine, scorgerete l’impalpabile figura della barista, che sembra assente, quasi rapita da visioni ectoplasmatiche. Raramente incontrerete qualche altro avventore, devastato dalla confidenza con l’alcol. Ma la cosa che più ci ha colpito, al New Haven, è proprio l’immondo ibrido che vive nelle sue cucine.

Era sabato sera e avevamo fame, tanto per cambiare. Ci siamo rivolti alla barista per ordinare qualcosa da sbocconcellare insieme alla birra; lei ci ha risposto porgendoci il menu di un ristorante cinese. Increduli, abbiamo esaminato la lista sconfinata di cibarie. Poi ci siamo voltati e abbiamo premuto il campanello sullo stipite di una porta. Subito si è aperto un varco che ai nostri occhi fino a quel momento era sembrato invisibile. Oltre la soglia, il profilo di una cucina fitta di inspiegabili alambicchi per un istante ci ha abbagliato e confuso. E poi si è manifestato il cuoco, un cinese coi baffi che ci ha fissato con la fronte imperlata di sudore. Siamo riusciti seppur storditi ad ordinare il nostro pasto, noodles, pollo fritto e altri tipici manicaretti orientali. Lo abbiamo ritirato e poi consumato su un tavolino del pub, assieme alla nostra pinta di Carling che invece ci eravamo appena fatti spillare da dietro il britannicissmo bancone. Il cibo sgocciolava dalla mani. La qualità era quella della mangiatoia postindustriale. Ma con la fame, quella nera, non si scherza, e noi abbiamo consumato tutto fino all’ultimo boccone, con la testa china sul piatto. Nel mentre, un gruppetto di ragazze pingui e sfatte rideva sguaiatamente oltre la vetrata del giardinetto esterno.

C’erano forse tutti gli stilemi del locale ruspante, magari un pò vernacolare e folkloristico alla Mari’ de culo bello per intenderci. Ma l’atmosfera dell’Haven era ben più straniante e indefinibile, come se fra le sue pareti il moderno avesse subito un’improvvisa accelerazione, fino agli esiti più mostruosi. Inutile cercare conforto guardando il cielo: fuori dalla finestra, soltanto la skyline dominata dai blocchi di cemento armato versato a piene mani nell’ansia della ricostruzione post-bellica.